Franco Aloisi


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GLI ARAZZI A FIORI DEL RE SOLE

È difficile sottrarsi al fascino antico e futuribile dei quadri di Franco Aloisi; si potrebbe dire che la sua pittura tende ad accoppiare elementi apparentemente eterogenei. Per esempio i fiori naturali e vivi, saldamente ancorati alla terra, ingigantiti e penetrati con gesto pittorico voluttuoso o la frutta, disposta in una penombra palpitante, quasi a suggerire che il futuro di quella tela non sarà così, ma tutto verrà stravolto non appena distoglierai lo sguardo. E le mollette che viaggiano sospese nello spazio, ricordando oggetti astrali. Poi le terrazze assolate, dai bianchi ombrelloni che proiettano ombre gelose della loro solitudine, ringhiere come barriere insormontabili per orizzonti ancora più remoti, pigri voli di gabbiani e il fruscio del vento su ogni cosa, sia che si tratti delle spighe di grano selvatico o di un interno, solo apparentemente immobile. Mi è capitato di riscoprire i fiori di campo nei quadri di Aloisi, come se non li avessi mai visti: una natura inedita, forse mai dipinta con tanta avidità di sapere e di raccontare, al punto che si potrebbe parlare di "zoommate" fra intrichi d'erba e di fiori, così vividi da restituire un rapporto dimenticato fra l'uomo/bambino e un prato, ormai slittato dai ricordi di una primavera di tanti anni fa, riportandomi alla fascinazione di quando, ragazzi, stesi nei prati, ci trovavamo viso a viso con i fiori spontanei, i fili d'erba di un verde incredibile; l'avena, che noi chiamavamo "le bugie" (tante te ne restavano conficcate nel maglione, tante erano le bugie dette) e le margherite bianche, ma soprattutto quelle gialle che io, chissà perché, paragonavo ai soli lontani dell'universo che prima di collassare e morire diventano sempre più grandi proprio come fa il pistillo di questo fiore, che quando è prossimo al declino ingigantisce mentre i petali avvizziscono esausti. Ma tutto questo non deve distoglierci dalla nota dominante della sua pittura che è il mistero e Aloisi, il suo mistero, lo colloca esclusivamente nel perimetro del quadro, che per lui rappresenta una sorta di recinto sacro, un'ara sacrificale, dai confini non superabili. Quei fiori, dunque, rappresentano delle sovrapposizioni, rientrano nelle categorie delle sigle. Aloisi sigla spazi onirici; ma non di sogno chiuso nelle ombre della notte, il sogno realmente sognato, ma l'altro, che infantilmente si definisce "ad occhi aperti": un incantamento che si sovrappone, anch'esso, alla realtà. C'è molta malizia direi settecentesca, in questi quadri, che fanno pensare a certi arazzi cari a Madame D'Aulnoy e al gruppo delle belle dame che circondavano il Re Sole, inventando favole la cui apparenza celestiale nascondeva, spesso, un segreto tessuto crudele. Le visioni di Aloisi sono, in genere, triplici: striscia di terra, striscia di mare, cielo. Specialmente nei cieli, il colore spazia con sue scoperte ben personali. In definitiva siamo al cospetto di un "racconto" immerso in una luce d'estate o d'autunno che resiste intenso nelle sue stesure. Pertanto lo spettro del colore è usato in intima connessione con uno stato d'animo - la fissità nostalgica delle stagioni - che ricorre a garantire che la vena di Aloisi ha un suo rigore. Quadri di trasognata allegria naturale, dove l'uomo, sempre invisibile (o visibile il suo galleggiante pensiero, appunto in quelle sigle) si immagina riflettere contro un orizzonte troppo vasto, che gli toglie il respiro e trasforma la sua concentrazione in una musicalità lontana, forse udita per un miraggio. Alberto Bevilacqua